
È un viaggio a ritroso nel
tempo – finanche di 2.250 anni, stando al noto gemmologo
svizzero Gübelin – quello che potreste
compiere nel visitare la miniera di Dubník, nella
Slovacchia orientale: “alla ricerca del tempo perduto”, alla riscoperta dei
tanti perché che avvolgono come in un velo di contraddizioni questo “miracolo
della natura, questa regina delle gemme” - per dirla con Shakespeare - quest’ “opale che riempie di delizia il cuore degli dei”-
per parafrasare il poeta greco Orfeo - oggetto di smodato desiderio per
secoli e secoli ed ora da troppi ritenuto quasi presago di sventura.
Che sia,
quella tra le foreste delle alture Libanka e Šimonka, la più antica
miniera d’opale al mondo, lasciamolo dire a qualcuno la cui autorità in
merito risulta indiscussa:
“Testimonianze scritte risalenti già al 250 avanti
Cristo recano menzione dell’elevata considerazione in cui era tenuto l’opale,
in ragione della rarità e
dell’intrigante aspetto che lo caratterizzavano; gli opali noti a quel tempo
probabilmente provenivano da quelle località in seguito ricadenti sotto
sovranità ungherese ed oggi reintegrate nella giovine
Repubblica Slovacca”.
Così il compianto Eduard J. Gübelin. Dello stesso
tenore anche un altro pilastro della gemmologia, quel Robert
Webster, co-autore con l’Anderson
del monumentale trattato “Gemme: giacimenti, descrizione, identificazione”: “l’opale conosciuto al tempo dei Romani proveniva
senza dubbio da quella località situata 10-15 Km a sud-est della città di Prešov ed a 36 Km a nord dell’importante centro di Košice e variamente nota come Červenica, Czerwenitza, Dubník od Opalbanya”, a
seconda della trascrizione in slovacco, tedesco od ungherese.
E che di opale
nobile - degno di tal nome - non ci fosse che questo, fino alla scoperta dei
campi opaliferi australiani del 1872, pure pare
certo: da tutte le altre fonti storicamente accertate – Turchia dal
1400, Honduras Colombia e Messico dal 1500, ancora Messico dal 1855 – ab antiquo non provenne che materiale avente
debole od inesistente gioco di colore. E senza gioco
di colore, che opale è mai? Che opale degno di tal
nome può mai essere quello in cui non si dispiegano tutti od alcuni dei colori
dell’arcobaleno in combinata, cangianti al variare della direzione
d’osservazione, fluttuanti in superficie eppur come prorompenti dall’interno,
in macchie, chiazze, puntini, fiammate, lampi? Che opale pensate fosse, quello
così liricamente descritto da Plinio il Vecchio nel libro XXXVII
dell’enciclopedico trattato suo “Naturalis Historia” : “fra tutte le
pietre preziose, quella che presenta la più gran difficoltà nel descriverla
,con quel suo esibire in contemporanea il penetrante fuoco del rubino ,il
brillante porpora dell’ametista ed il color verde mare dello smeraldo, il tutto
fuso e mescolato insieme in un incredibile vivido fulgore”?

Che opale ritenete
fosse quello per così tanti secoli concupito dai Romani, che per centinaia
d’anni ne fecero incetta, tanto da far preferire l’esilio al senatore Nonius, piuttosto che cedere al triumviro Antonio, che se
ne era invaghito, il nocciolone da 2 milioni di sestertii - pari a 2,2 milioni di euro
d’oggidì- di cui era in possesso? O il famoso “Fuoco di Troia” per cui impazzì (facendo sicuramente uscir di senno
l’augusto marito) Josephine Beauharnais, imperial consorte di Napoleone? Oppure ancora quelli per cui perdeva il suo britannico aplomb la Regina
Vittoria, che ne collezionò a iosa per sé e tutta la numerosa muliebre
progenie? Da dove credete venissero mai questi e tutti gli opali nobili di cui
ci si adornò per duemila e passa anni? Considerate un
fatto solo: lassù, ove si trova la miniera, nella Slovacchia orientale ai
confini con l’Ucraina, son state rinvenute monete
auree romane d’età imperiale e financo repubblicana
(anteriore quindi al 30 a.C.). Che merci importanti si dovevano acquistare in
quei territori, ben oltre il limes del
Danubio, dominio delle tribù germaniche dei Quadi e
dei Marcomanni? Che si doveva pagare, di tanto
prezioso, da dovervi portare degli stateri d’oro recanti l’effige di Lisimaco,
generale e successore di Alessandro Magno come re di
Tracia dal 321 al 281 avanti Cristo? E perché, allora, da pietra nata “allorché
Madre Natura, dopo aver finito di pittare i fiori,
colorare gli arcobaleni e tingere il piumaggio degli uccelli ,raggrumò dalla
sua tavolozza i restanti colori plasmandone degli opali” (Paul Dubois), s’è passati alla
nomea di pietra “porta iella”? Fu forse
infausto l’influsso della pre-romantica novella “Anna di Geierstein”
del romanziere letterato scozzese Sir Walter Scott? Fu forse la sua pallida e tisica protagonista a
legare per sempre al proprio tragico destino quello
dell’opale, allorché questo, alla prematura morte di quella - che lo indossava
- ingrigì e si spense all’esalare dell’ultimo respiro? Oppure
si trattò d’una “leggenda metropolitana” propalata ad arte da orafi ed
incassatori al fine di tenere l’opale al largo, sì da evitare i danni (talvolta
ingenti) conseguenti al poco accorto maneggio di questo materiale bello sì, ma
particolarmente sensibile all’eccesso di calore e di sollecitazione meccanica?
Mi si vuol dire altrimenti a che è dovuto tanto
dileggio per un’opera del creato che, fra tutte, è la quintessenziale
visibile manifestazione della bellezza e della potenza della luce, essendo la
luce la quintessenziale visibile manifestazione della
bellezza della Creazione e della potenza del suo Creatore ( o di Madre Natura,
se la si preferisce)? La luce bianca, che de Te, Altissimu,
porta significatione (San Francesco) non è forse
la risultante delle sette lunghezze d’onda dello spettro del
visibile, ovvero i sette colori dell’arcobaleno o dell’iride? E l’opale, fra tutte le pietre, non è quella che più è
capace d’esibire quest’arcobaleno? L’epitome della
bellezza, direi.
La risultante di fenomeni di diffrazione ed
interferenza della luce che, nell’opale slovacco, raggiunge il
suo acme allorché nel reticolo di diffrazione tridimensionale - formato
da sferule di gel di silice idrata – le sferule raggiungono dimensioni comprese
tra i 350 ed i 400 nm ( 1nm = 1/1.000.000 mm). È
allora che si manifestano le lunghezze d’onda del rosso, ma anche quelle
dell’arancione, del giallo, del verde, del blu e del violetto. Le sfere più
piccole di 250nm generano solo colori nel blu, mentre quelle di diametro di più
o meno 1μm non inducono colore di sorta. E
nell’opale slovacco le sfere di gel di silice da 350-400nm abbondano, ecco il
perché di tutto quell’arcobaleno che tanto ammaliò
per tanti secoli: ben il 91% delle sferule è risultato
infatti possedere - nelle migliori qualità, s’intende – un diametro di
0,2-0,8μm, pari a 200-800nm, con solamente il 2,40-3,00% delle sfere
aventi un diametro di ± 1μm. Con tanta bellezza in vista, ci si potrebbe
aspettare anche un elevato contenuto d’acqua. Normalmente ,
maggiore è il contenuto d’acqua, nell’opale (l’opale è un gel di silice
idrata), e migliore è la qualità della pietra (a scapito però della sua
stabilità). Ecco, sotto quella magica montagnola di roccia andesitica
– la struttura portante d’un complesso vulcanico la
cui genesi risale al Neogene, Era Terziaria, 10/14 milioni d’anni fa – il
processo di tipo vulcano-idrotermale che ha dato vita a quell’opale
gli ha riserbato un contenuto d’acqua inferiore a quello dell’opale australiano
d’origine sedimentaria : 3,0-4,4% in peso contro un 5,9%. In ciò confermato
anche da una minor densità : 1,98- 2,00g/cm³ contro
normali valori di opali d’altra provenienza di 1,98-2,50 oppure 2,10-2,15g/cm³.
Eppure, ed è una contraddizione in termini, ad una
maggior stabilità non s’è associata una minor bellezza, anzi!
Peccato che
da quell’intrico di 20 Km di gallerie rimaste chiuse dal novembre del 1922
fino agli inizi degli anni ’90 esca una produzione ancora molto limitata. Peccato proprio: trattasi del più esteso –volumetricamente parlando – bacino opalifero
del mondo, con il suo complesso andesitico di roccia
madre di 2-3 milioni di metri cubi, con la
potenza del suo strato roccioso di 200 metri in altezza, con una
potenziale produzione di opale nobile stimata in
25.000 carati all’anno per altri 80 anni, se l’economia dell’impresa la
rendesse fattibile su larga scala. Dubník, un giorno
già epicentro del commercio mondiale dell’opale, potrebbe riemergere dalle
brume della storia e le sue alture risuonare ancora delle voci che le animarono da quando qualcuno, 2500 anni fa circa, raccolse
da terra un sasso che balenò al sole e
rifulse dei colori dell’arcobaleno, stregandolo per sempre. E l’incantesimo
della magica pietra-arcobaleno, l’archetipale simbolo
di luce, d’allegria e di speranza, continua ancora ed ancora, mentre chiniamo il capo riverenti in omaggio a tutti coloro – minatori,
manovali, tecnici, tagliatori, commercianti della miniera d’opale di Dubník/Červenica – i cui
nomi son scomparsi sotto la polvere dei secoli, ma la
cui presenza si può ancora avvertire e le cui voci si possono ancora percepire
nei silenziosi fruscii delle foreste dei monti Libanka
e Šimonka della Slovacchia orientale.
Luigi Costantini