Pietre “mutanti”, vecchie e nuove. Le conoscete?

 

Se i film di fantascienza avessero instillato nel vostro subconscio quell’inquietudine che vi porta a scrutare anche ogni viso noto, alla ricerca di “quella diversità” che possa rivelare “il mutante” tra noi, sappiate che tra noi lo è già, il “mutante”, ma non nel regno animale : nel regno minerale.

 

Casella di testo:  E poi, il “mutante” è plurimo, si presenta sempre ordinatamente in famiglie omogenee, che si chiamano specie, e all’interno di queste si distingue per varietà, una delle quali celebre e famosa,come il crisoberillo (specie) alessandrite (varietà), altre meno note ai più, come il diasporo (specie) zultanite (varietà).

 

Il gioielliere - nella sua libido per il bianco il rosso il verde ed il blu ( diamante, rubino smeraldo e zaffiro), libido suscitata dal pubblico acquirente, del resto – di rado volge il proprio sguardo “oltre la siepe”, ove “i mutanti” s’acquattano in attesa che qualcuno li faccia apprezzare e li proponga,allargando così l’offerta, stimolando così curiosità ed interesse, creando magari così un mercato di nicchia che agisca come il sasso nello stagno, generatore di cerchi concentrici. E Dio solo sa quanto  ci sia bisogno di smuovere le acque…

 

Se a ciò s’aggiungono i prezzi  d’ un paio di “mutanti”- come i 4.000-5.000 euro/carato all’ingrosso riportati da un prezziario italiano per il crisoberillo alessandrite di qualità molto buona in pezzature da 1 a 2 carati, oppure i 100-1.000 dollari/carato all’ingrosso per normali dimensioni, fino ai 5.000 dollari al carato per pezzi al di sopra dei 10 carati, per la zultanite,come riferito da una rivista del settore americana – la faccenda potrebbe senz’ altro risvegliare echi profondi nei precordi.

 

Ebbene, le pietre “mutanti” che non aspettano altro che la vostra attenzione mutano proprio : nel colore.

 

Alcune son conosciute come  pietre cangianti o metameriche tout court, in cui la variazione di colore ha luogo al variare della lunghezza d’onda della luce incidente. Altre invece son note come  pietre “tipo alessandrite”, benché il più delle volte poco rassomiglino i loro colori cangianti a quelli dell’alessandrite naturale: verde vivido medio-scuro a luce naturale diurna o sua equivalente artificiale (lampada fluorescente a luce nordica) e rosso vivido medio-scuro a lume di candela o a luce incandescente. Talché più acconcio sarebbe denominarle  pietre cangianti in generale, senz’altro riferimento alcuno. È il caso d’alcuni zaffiri naturali, in cui il cambiamento di colore assai rassomiglia a quello dell’alessandrite naturale, benché non avvenga nelle tinte del verde e del rosso; oppure del corindone zaffiro sintetico “tipo alessandrite – una delle più comuni imitazioni dell’alessandrite naturale – in cui il cambiamento di colore si manifesta nell’azzurrognolo a luce fluorescente e nel porporino a luce incandescente. Anche qui siamo ben lontani – non dicasi dal quasi puro verde e dal quasi puro rosso del prodotto naturale russo – ma altresì dal verde bluastro e dal rosso purpureo del materiale brasiliano. Lo stesso affermasi per una recente imitazione artificiale commercializzata come zandrite”, storpia nel nome e nel cambiamento di colore. Meglio non va per tutte le altre imitazioni artificiali, come l’alessandrite sintetica prodotta in Giappone o negli Stati Uniti, certi spinelli sintetici e certi vetri “tipo alessandrite”.

 

 

QUESTE GEMME MUTANO DAVVERO COLORE

 

Se a qualcuno dovessero poi stuzzicare l’appetito quelle notiziole in più che fanno da saporito contorno e condimento alla conversazione di vendita, eccovene alcune di gustose:

·        L’alessandrite naturale deve il proprio nome al fatto che il suo primo ritrovamento, nel 1830 nei monti Urali, avvenne proprio il giorno in cui il principe ereditario- poi zar Alessandro II di tutte le Russie- entrò nella maggiore età. Fu in suo onore, quindi, ed in quello della bandiera imperiale – guarda il caso e la combinazione, rossa e verde! – che così si battezzò quello splendido materiale rinvenuto sulle rive del fiume Takovaya, a nord-est della città mineraria di Ekaterinenburg. Città che vedrà, 88 anni più tardi, anche la fine della dinastia dei Romanov, con lo sterminio a pistolettate dell’intera famiglia imperiale, nella cantina di casa Yepatev, luogo di suo confino coatto a seguito della Rivoluzione d’Ottobre. Quel che si dice destino! Altre località di produzione, sebbene di non pari qualità? Il Brasile, lo Sri Lanka, lo Zimbabwe e la Tanzania.

·        La Zultanite: apparsa per la prima volta sul mercato agli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo, e considerata sino all’anno passato –nella sua qualità gemmifera- più che altro una pietra da collezione, questo idrossido di alluminio tributa omaggio, pel suo nome, ai 36 sultani dell’Impero Ottomano che nella sua sola terra d’origine – la Turchia – ebbero il proprio fulcro del potere. La Zultanite si presenta per lo più trasparente, esente da inclusioni ad occhio nudo, con cangianza che può variare, a seconda delle condizioni d’illuminazione :

-        da un verde kiwi in luce naturale diurna indiretta ad un rosa purpureo del tipo granato rodolite in una romantica atmosfera a lume di candela;

-        da un verde kaki ad un rosa brunastro;

-        da un chiaro color champagne rosato a normale luce artificiale, ad un bel fulvo con lampi giallastri in piena luce solare.  

             Aggiungere un po’ di mistero non guasta, in questo caso : la sola ed unica miniera si trova

             in una remota località della penisola anatolica, ove ancora aleggia lo spirito di Solimano il

             Magnifico.

 

 

Luigi Costantini